Verità Tra Le Ombre

Serie: La Voce Innocente del Male

Erano tanti, troppi per riuscire a contarli. Fiumi di sagome verdi sfociavano da ogni fessura. Erano scarni, deformi, i visi pieni di pus e strane protuberanze sui nasi abnormi. Le orecchie erano grandi, lunghe e a punta, un po’ cadenti, logore come se qualcuno le avesse mordicchiate.

I goblin ormai occupavano l’intera cavità, riempiendo le membra della terra di un indicibile tanfo tale da bruciarmi gli occhi, la puzza delle fosse comuni in confronto era un manto di rose appena sbocciate. Per esalarne quanto meno possibile mi coprii naso e bocca con la logora stoffa della manica. E mentre le mie narici venivano afflitte da un simile miasma, volsi il pensiero a Vakun. Non osavo neppure immaginare quanto di quel vile odore riuscisse a percepire. Eppure rimaneva lì, immobile, totalmente impassibile alla cosa: non mi sorprese, doveva ormai esserci abituato.

Intanto, molti di quegli esseri si arrampicavano perfino tra le ruvide pareti con una facilità tale da sembrare dei grossi ragni, sfruttando probabilmente appoggi che non riuscivo a vedere a causa della poca luce che la torcia offriva. Arretrai dinanzi a quella ondata di mostruosità inciampando in qualcosa, forse uno di quei dannati arnesi da scavo, ero troppo preso da ciò che avevo davanti per farci caso. Le gambe mi tremavano, il freddo della nuda pietra sotto di me mi raggelò le dolenti chiappe, e tutto ciò che avevo davanti diventò un incubo dal quale pregavo di potermi svegliare: mi pentii di aver seguito il cieco cacciatore.

Scrutai quei visi abietti e feroci. Gli occhi verde veleno venivano messi in risalto dalle ombre di quegli anfratti artificiali in tenui luci sinistre. E fu allora che intravidi qualcosa di tremendamente familiare in quegli sguardi osceni: un desiderio, semplice, superficiale, ma terribilmente selvaggio. Lo avevo già visto negli occhi dei miei compaesani nei periodi di carestia, quando lo stomaco prendeva il posto della mente e il cuore veniva messo da parte in qualche angolo buio della coscienza. Rabbrividii per quell’improvviso pensiero che mi spinse, seppur solo per un momento, a provare compassione per quelle “cose” che sbavavano a fiumi, guardandoci con espressioni cagnesche. Mai avevo provato un simile disgusto verso un altro essere vivente. Tuttavia, rimanevano fermi, come frenati dal guinzaglio di una ignota paura che non riuscivo a focalizzare.

«Perché non ci vengono addosso?».

«I goblin saranno pure orridi e fetidi, ma di certo non stupidi», rispose Vakun mentre recuperava la torcia che mi era scivolata dalla mano durante la caduta, avvicinandone il flebile bagliore al barile di fianco a lui, destando un’improvvisa e palese preoccupazione nei volti dei goblin.

«Cosa c’è in quel barile?», chiesi, avvicinandomi incoscientemente e con curiosità a quel contenitore di legno un po’ ammaccato pieno di «Cenere di drago».

«Cosa?!», esclamai a gran voce, allontanandomi velocemente, pensando che fosse impazzito. La cenere di drago è una polvere grigia scura che alla minima scintilla può causare esplosioni in grado di abbattere anche i muri più spessi. E lui ci stava vicino con la stessa cautela di un bambino estraneo al pericolo.

«V-vuoi farci saltare in aria?», aggiunsi, unendomi alla preoccupazione degli ominidi verdi mentre il cuore mi risaliva fino in gola. Il pentimento a cui vi avevo accennato prima si faceva sempre più forte: maledissi la mia stupidità.

Vakun, intanto, ignorò la domanda o meglio ignorò totalmente me, portandosi a pochi passi dai goblin con la torcia nella mano sinistra e un misterioso sacco rovinato e logoro nell’altra. Lo pose delicatamente a terra con la stessa attenzione che si dà a una sacra reliquia, indietreggiando subito fino a tornare vicino al barile. Era strano e incoerente visto il modo in cui aveva trattato quella roba sino a quel momento.

«Cosa c…».

«Silenzio», disse interrompendomi, la sua voce era sottile e imperativa, come un rimprovero fatto durante un silenzioso evento di lutto o di onorificenza.

I goblin, intanto, si avvicinavano al sacco confusi e cauti, annusandolo alla ricerca di un odore che ne suggerisse il contenuto. Dopo aver trovato il coraggio di aprirlo, sciolsero bruscamente il nodo che lo teneva chiuso e quei volti, un attimo prima feroci e famelici, divennero cupi e malinconici, tirando fuori dal sacco un piccolo teschio accompagnato da tanti altri, lasciando trasparire un immane dolore tra grida e pianti. Di nuovo scorsi una somiglianza, un qualcosa di umano in loro sebbene stavolta il disgusto aveva lasciato spazio a un sentimento del tutto inaspettato. Compassione. Di colpo la voce del cieco cacciatore mi cercò in un sussurro.

«Colvir, credi ancora siano stati i goblin a uccidere tuo figlio?».

Mentre una nuova realtà delle cose mi si palesava davanti, l’incertezza iniziò a farsi spazio nel mio cuore.

«Non lo so», risposi affranto. Ero un uomo fatto e cresciuto eppure mi sentivo un ragazzino incapace di distinguere il bene dal male, nel mentre Vakun per la prima volta si voltò verso di me come se quei diabolici occhi dipinti sulle bende fossero realmente i suoi.

«Va bene così».

Non vi era sarcasmo o freddezza in quelle parole senza volto che tentavano di sollevare l’animo di un uomo confuso e privato delle sue certezze. Per un attimo, mi sembrò un’altra persona, o, forse, ero appena riuscito a scorgere la sagoma della sua vera natura.

«In quel sacco ci sono i loro figli», fui travolto dallo sgomento mentre la vergogna si accentuava sul mio viso.

Avrei voluto dire qualcosa, ma la voce si ritirò in un silenzio di pentimento. Ero spiazzato, incapace di proferire  parola, con il cuore diviso a metà tra l’odio tanto covato e la sofferenza che ci accomunava. Vakun, intanto, continuò a spiegare che «Una legione di mercenari li ha attaccati e schiavizzati. I figli presi come ostaggi. La loro vita in cambio dell’obbedienza. Che cosa volevano dai goblin è qualcosa che tuttora ignoro. Ma vedendo questi scavi posso già farmi qualche idea. Inutile dire quanto poco vale la parola di un mercenario».

«Una legione? Parli degli uomini dell’accampamento?», chiesi, con la lingua d’un tratto sciolta dai vincoli delle mie perplessità.

«No, quella è solo una piccola guarnigione lasciata per sorvegliarli e per tener lontani i curiosi, alimentando le storie dei codardi e degli inetti».

In quelle ultime note percepii una punta di odio accompagnata dal suono stringente di pugni serrati. Questo mi diede da riflettere, raccogliendo nella mia mente il ricordo di ciò che aveva detto  poco prima di entrare nella foresta.

Per far soccombere il vero male!

E allora, un pensiero raggelante mi balzò per la testa e, veloce come una cerbiatto, si fece largo tra le ombre della mia coscienza fino a scivolare incautamente via dalle labbra.

«Tu sapevi!».

Davanti a quelle parole fui accolto dalla loquacità della sua indifferenza. Era tornato a essere l’individuo che avevo incontrato al villaggio, volgendo lo “sguardo” verso i goblin. Quella fu la scintilla che accese in me una verità che tentai invano di estinguere. No, finsi di provarci. Decisi di esternarla senza remore. Stavolta non sarebbe stato in grado di ignorarmi, anche a costo della vita.

«Tu…tu non sei un cacciatore di oscuri!».

Serie: La Voce Innocente del Male
  • Episodio 1: Brancolare nel Buio
  • Episodio 2: Cacciare tra le Ombre
  • Episodio 3: Ricordi Tra Ferro, Fuoco e Sangue
  • Episodio 4: Un Odore Impossibile Da Dimenticare
  • Episodio 5: Verità Tra Le Ombre
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    Commenti

    1. Micol Fusca

      Oddio, no! Come è finita qui? Spero di trovare Vakun in un’altra delle tue serie, gli interrogativi rimasti sono troppi. Quanto al nuovo cambio di voce narrante ho trovato la tua una scelta azzeccata. Potrebbe essere interessante una serie che alterna le sue voci ogni episodio.

      1. Daniele Parolisi Post author

        Ciao Fusca, grz mille per il tempo che stai dedicando ai miei racconti. Diciamo che questa serie è il mio laboratorio per sperimentare vari stili.
        Per il cieco cacciatore non è esattamente il finale 😉

    2. Dario Pezzotti

      Penso di parlare a nome di tutti, nel sottolineare i miglioramenti della tua prosa e del tuo stile! Questo Vakun nasconte terribili segreti; staremo a vedere…(anzi, a leggere)
      A me, sti goblin cominciano a stare pure simpatici! Ahahah.