Scoccata Fatale – Parte 3

Serie: The Hunter

Il gemito riecheggiò flebile, sussurrando tra le pareti travestito in uno spiffero d’aria. Perfino Enedor sembrò cadere nell’inganno avanzando verso l’uscita senza farci la minima attenzione, se non fosse stato per  Ivon che, guidato da una curiosità sconsiderata, indugiò nel seguirlo, rivolgendo invece lo sguardo verso il cadavere; scrutando quell’angolo della grotta illuminata a stento dalla fiamma, rimasta stranamente immobile anziché seguire il suo creatore, senza riuscire a cogliere nessun indizio sulla fonte di quel rumore, invitando il nostro fanciullo incauto ad avvicinarsi. Atto che richiese una dose di coraggio non indifferente, ma prima di farlo, si scrollò via l’ansia dal cuore lasciandosi andare a un lungo sospiro e, una volta incoccata un’altra freccia, decise finalmente di condurre i suoi cauti e silenti passi verso i resti della sfortunata vittima del Belzeb. Nel farlo si accorse che la fiamma gli rimaneva fedele. Forse per qualche sorta di comando del padre, pensò Ivon.

Mentre avanzava, l’arcana luce rimuoveva quella maschera di ombre rivelando un manto di sangue e budella. La puzza di putrefazione era come un sottile ago che pungolava il viso di Ivon, spingendolo a contrarsi in un’espressione di assoluto disgusto. Gli ci volle molta forza d’animo per riuscire a guardare i resti del corpo mutilato: ridotto in una condizione tale che sarebbe per me stomachevole approfondirne i dettagli macabri.

Era un uomo alto, snello, dagli abiti leggeri e sottili al cui tocco si poteva evincere fossero di cotone. Il volto vestiva cicatrici di numerose battaglie nonostante la giovane età che dimostrava; una di queste in particolare spiccava più delle altre: il netto taglio di una lama che scorreva lungo l’occhio destro privo di colori.

Molti coltelli e sacchetti erano legati a una fascia che avvolgeva verticalmente il busto dell’uomo dalla spalla sinistra al fianco destro. L’attenzione di Ivon fu attratta dalla cintura dove notò un fodero vuoto in ferro, piccolo, nudo di fronzoli decorativi fatta eccezione per una piccola incisione appena sotto la bocca della custodia scritta in lingua straniera. Il ragazzo setacciò invano il corpo alla ricerca dell’arma senza la minima vergogna come un ignaro avvoltoio, dimenticando perfino il disgusto che prima lo affliggeva. L’ingenuità di un ragazzino può rivelarsi spesso un infrangibile scudo dinanzi a certe questioni morali che non gli impedirono di formulare una idea malsana. Il braccio, pensò. Il braccio destro che mancava, il braccio staccato a suon di zanne quando avevano trovato la bestia e gettato via poco più avanti. Proprio lì, un tenue luccichio rispose alla fioca luce della fiamma.

Ivon raccolse il fodero e con esso un altro bel po’ di coraggio. Quando fu abbastanza vicino scoprì una piccola lama tenuta ben salda dalle dita ormai rigide; depose delicatamente l’arco a terra e si chinò per raccogliere l’arma, ma la mano senz’anima era ostinata a preservare la volontà dell’ormai trapassato, costando al ragazzo qualche goccia di sudore prima di aprire la dura presa. Ciononostante alla fine vi riuscì, potendo finalmente ammirare una bellezza fino a quel momento tenuta celata gelosamente dalla morte.

Il pomo si presentava nella curiosa forma di una chela con il manico in osso levigato a spirale accompagnato da un sottile filamento d’oro; la guardia in ferro era sottile, dai tratti selvaggi mentre il forte, anch’esso in osso, aveva delle strane incisioni simili a quelle trovate sul fodero e il fil di lama era dentellato, simile a un seghetto. Ivon ne rimase ammaliato ed entusiasta: vedeva un ottimo rimpiazzo per la Ogrem.

Riposto il pugnale nel fodero, accompagnato da un flebile suono di attrito, il ragazzo notò qualcos’altro sulla mano appena sotto il polso. Nascosto a stento dalla manica vi era un marchio inciso col fuoco in una lunga coda che si poneva a cerchio al cui interno emergeva la testa di un toro di profilo. Aveva un che di familiare. Dov’è l’ho già visto? si chiese.

Volle toccarlo, non per un qualche motivo in particolare: era un semplice desiderio infantile. Desiderio di cui si pentì nell’istante in cui la mano lo afferrò di scatto! Stringendogli il polso fino a fargli male.

«Lasciami! Lasciami!» Gridava mentre tentava di liberarsi della presa cadaverica. Disperato, tirò fuori il pugnale strofinandolo sulle dita senza vita fino a reciderle, lasciando cadere a terra l’arto che ancora si dimenava come la coda mozzata di una lucertola.

Il ragazzo cadde lacerato dallo spavento, indietreggiando senza mai dar le spalle a quella mostruosità. Il dolore non mancò di fargli visita; il polso era indolenzito, pulsava, accompagnato da un formicolio alle dita. Il cuore ansimava e le ossa tremavano.

Il peggio è passato, sussurrava alla sua coscienza.

Ma nel contemplare quello spettacolo abbietto, una razionale paura si fece largo nella quiete dei suoi pensieri, spingendolo a voltarsi con l’anima avvolta in una preghiera inascoltata. Un’altra mano lo afferrò rapidamente per la spalla seguita dalla macabra sagoma del defunto, minacciandolo con vuoti morsi intrisi di vile alito. Prontamente il pugnale ne cercò il petto affondando nella carne putrefatta senza purtroppo ricavarne alcuna ricompensa. Quel suo atto fu tanto futile quanto sciocco, e quando provò a ritrarre a se l’arma non vi riuscì, era troppo ben conficcata. Una fatale e crudele ironia.

Ivon dovette dar fondo a tutta la propria forza per tener a bada il trapassato. Inutile, tutto ciò che poteva fare era ritardare l’inevitabile. E quando il fugace momento di panico fu sostituito da una tremolante lucidità, un’altra terribile sorpresa si palesò alla sua vista. Dalla bocca e dall’occhio sinistro del defunto divamparono fiamme bluastre, palesando un sinistro legame con il Belzeb.

Ivon trasalì e mentre il peso, letteralmente morto dell’uomo lo sovrastava, sprofondava sempre più nell’angoscia che ne riduceva la volontà a un mero e sottile filo di ricamo.

La speranza si spense alla minima brezza di esitazione spingendo la giovane anima a cadere completamente a terra di schiena, schiacciato dal cadavere nella più totale incapacità di muoversi. Chiuse gli occhi e strinse i denti, preparandosi a una dolorosa dipartita che non giunse mai. L’uomo stranamente cessò di muoversi senza recar ulteriore sfregio al coraggio del ragazzo lasciandolo totalmente spiazzato.

Ivon si accorse poco dopo che le fiamme bluastre si erano estinte, tuttavia il peso rimaneva tale così come la sua incapacità di muoversi.

Tutto giaceva nell’immobilità assoluta e nulla osava offendere il silenzio divenuto sovrano. Fin quando di lì a poco una sagoma non si frappose fra Ivon e la sua flebile luce arcana. Era Enedor, senza più il Belzeb sulla spalle, che con una mano sola raccolse il cadavere gettandolo via come un sacco di piume.

«Che stai combinando?», gli chiese freddamente guardando prima lui poi il morto.

«H-ho sentito q-qualcosa qui e-e v-», le parole uscirono intimorite dalle sue piccole labbra.

«Calmati ragazzo», interruppe con voce imperativa.

Ivon tacque, quasi come se avesse ricevuto uno schiaffo. E fu allora che si accorse dell’assenza del pugnale nella sua mano.

«Cosa c’è ora?», domandò Enedor quasi seccato, notando l’agitazione del figlio avvilito dalla perdita del bottino fin quando non diede modo alla mente di far girare gli ingranaggi, permettendogli di trovar subito l’arma.

Era ancora conficcata nel petto del cadavere. Si portò rapidamente a quattro zampe verso di esso, raccogliendola con molto sforzo.

Non appena scorse la lama, il padre lo guardò torvo, chiedendogli «Quel pugnale…l’hai preso dal cadavere?» Il figlio annuì, e per la prima volta scorse la preoccupazione nei grandi, vecchi occhi bruni di suo padre.

Enedor, notato il braccio mozzato ormai privo della volontà sinistra che lo governava, vi si avvicinò palesando le sue perplessità in uno sguardo che per un breve istante lasciò trasparire un infausto stupore. E lì, con il padre di spalle, il ragazzo intravide qualcosa sotto la sua nuca. Un’ustione? No. O meglio, non una di quelle accidentali. Era il marchio di un’aquila posta di profilo, incisa nella carne con il ferro del fuoco.

Dopo aver esaminato anche il resto del corpo si concesse un breve momento di riflessione, per poi ordinare «Andiamo», con una voce più glaciale delle correnti che attraversavano gli anfratti della grotta.

Ivon avrebbe voluto chiedergli cosa significasse quel marchio, ma la sua attenzione era tutta rivolta al cadavere sovrastandone il volto con quello del Belzeb.

«Cosa fai ancora lì? Muoviti ragazzo», aggiunse il padre voltandosi verso il figlio.

«Padre l’uomo mi ha…cosa?!»

D’un tratto un nuovo gemito si intrufolò nella conversazione. Era vicino, molto vicino, e stavolta non fu solo Ivon ad accorgersene.

«Non siamo soli», affermò Enedor con lo sguardo che affondava in un piccolo nido di tenebra fra i sassi vicino a dove prima il Belzeb si dilettava tra viscere e sangue.

Serie: The Hunter
  • Episodio 1: Scoccata Fatale – Parte I
  • Episodio 2: Scoccata Fatale – Parte 2
  • Episodio 3: Scoccata Fatale – Parte 3
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