Ricordi Tra Ferro, Fuoco e Sangue

Serie: La Voce Innocente del Male

Vakun era lì, vicino al focolare, seduto sui talloni davanti al focolare, in una postura simile a quella usata da alcuni dei nostri popoli orientali. Contemplava il da farsi, cosa fare, come farlo e soprattutto a “chi” farlo. Ma l’odore di bruciato rendeva difficile tenere in riga i pensieri, riportando a galla brutti ricordi di quelli che lasciano il segno. Per placare quel turbinio di spiacevoli emozioni prese una cote spargendo d’acqua e tirando fuori da sotto le vesti un coltello di pregiata fattura; sul manico in osso vi era inciso un occhio su entrambi i lati e due gemme incastonate nelle pupille, illuminate dalle tenebre di un verde bagliore color veleno; la lama invece non era liscia bensì levigata con striature simili a quelle di un tronco: era bellissima. Con la cote affilò il pugnale, scorrendo avanti e indietro mentre l’attrito del metallo riecheggiava nell’aria. Ogni volta che quella lama passava lungo la cote, il mondo sembrava meno buio ai suoi occhi e tutto riprendeva il proprio colore, riportandolo in uno scenario del passato mai sfocato dal tempo. Lì sua madre lo attendeva nel suo ultimo, triste istante di vita, mentre gli consegnava il pugnale con le mani tinte di sangue e il sorriso avvolto dalle lacrime, sussurrando le ultime parole amorevoli di un eterno amore materno senza tempo.

«Fin dotu aioi mo. Lio o to !»

Nel riascoltarla, il cuore divenne incudine e l’anima un feretro di ghiaccio. Cercò invano lacrime amare da versare. Quando finì di affilare, Vakun espose il pugnale dinanzi al focolare, chinando lievemente il capo e dedicando parole alle fiamme al pari di un altare a cui un monaco riversa le sue preghiere.

«Fin dooi teinme iorò. Dre a ta.»

Flebile era la voce del cacciatore, quieti i suoi pensieri. Ritornò in quel mondo senza luce e al compito che lo attendeva a pochi passi da lui. Lo stregone e i suoi lacchè erano proprio lì vicino legati a degli alberi. E sfortunatamente per uno di loro si sarebbe rivelata una notte che non avrebbe mai dimenticato. Quando si avvicinò, tremarono nel vedere la sinistra lama nella sua ferrea mano. Prese per la gamba uno degli arcieri ancora paralizzati dal veleno, trascinandolo lontano dagli altri.

«C-cosa vuoi fare?»

Già si vedeva sbudellato, il povero stolto.

«Non ti lusingare. Sarebbe un onore troppo grande per te…e un immane vergogna per “lei”.» Gli rispose, sussurrandogli quelle ultime parole all’orecchio.

Infatti ripose il pugnale, prendendo invece un piccolo borsello portastrumenti da uno dei tanti foderi legati alla cintura. Lo aprì, rivelando oggetti dalla finalità diabolica. Da lì, prese dieci aghi in legno sottilissimi: potete immaginare come la vittima assai sagace si ritrovò ancor più terrorizzato di prima.

«E va bene..non perdiamo altro tempo. Fallo! Fallo gran pezzo di merda!» Parole coraggiose ma che per nulla convincevano con quella sua voce tremante.

Nel frattempo Vakun, senza cedere a qualsivoglia sentimento di pietà, infilò il primo ago nel pollice destro e li si che il coraggio decise di lasciar dimora. Da prima il prigioniero si trattenne dal gridare, ma più l’ago penetrava più il dolore diventava acuto, portandolo rapidamente al punto di rottura.

«Ti supplico, basta!» Urlava disperato l’impavido guerriero diventato ormai strumento di macabra sinfonia.

Intanto la gelida brezza della sera scivolava sinuosamente tra cavità naturali, dando vita a suoni spettrali e oscuri mentre il fruscio degli alberi donava gli ultimi tocchi a una tetra ma perfetta atmosfera intrisa di orrori con Vakun ad adempiere il ruolo di maestro d’orchestra.

«No no no. Non è così che funziona.» Disse, mentre estraeva il secondo ago.

Penserete a una crudele tortura, nulla da obiettare per carità, ma non lui che di vere torture ne aveva viste e provate di così terrificanti da considerare questo un innocente gioco che amabilmente chiamava…

«Io domando, tu gridi, loro rispondono. Chiaro?»

Simpatico vero? E nel frattempo i compagni guardavano con terrore e denti ben serrati il macabro spettacolo di cui il nostro cacciatore sembrava trarre diletto.

«Bene. Prima domanda.» Disse infilando il secondo ago nell’indice mentre l’uomo gridava fra pianti e dolore.

«Perché impalare delle povere bestie? E non date la colpa ai goblin. Non sprecherebbero mai del cibo in quel modo.»

Sfortunatamente nessuno proferì parola, neppure un cenno.

«Se volete cosi…seconda domanda.» Continuò, passando al dito medio quasi rompendo l’unghia.

E grida su grida volarono via.

«Vedete ho trovato delle impronte di Goblin, anche se con fin troppa facilità, eppure sembrano essere particolarmente timidi stanotte. Il che è strano visto il gran trambusto che abbiamo fatto. Ne sapete qualcosa per caso?» Chiese con una punta di sarcasmo.

Ancora una volta le sue parole furono ignorate. La situazione stava iniziando a diventare piuttosto seccante.

«Molto bene, se preferite godervi le urla del vostro compagno chi sono io per giudicare?» Aggiunse, infilando il quarto, il quinto e poi il sesto ago fino al decimo.

«Basta, basta, basta…bastaaaaaaa!!!» Continuava a supplicare il povero strumento, anche quando non aveva più voce con cui gridare il suo tormento.

Gli faceva quasi pena. Quasi.

«Lo so, lo so. Credimi mi dispiace ma non è colpa mia. Non sono io a farti questo. Loro, sono loro ad averti ridotto così con il loro silenzio.»

E mentre Vakun gli parlava, i compagni continuarono a tacere con occhi chiusi ed espressioni angosciose: sebbene i corpi fossero ben più loquaci delle labbra. Vakun li poteva sentire: i battiti dei cuori accelerare, la frequenza dei respiri aumentare e le ossa tremare. L’olfatto perfino fu assalito da un forte odore pungente a tal punto da impregnare le narici.

“Sono fin troppo bravo” pensò disgustato.

Si era ormai stufato di usare le buone maniere, quindi prese dal borsello un altro utensile dalla forma ben più abietta di un semplice ago, seppur simile: lungo, sottile, metallico e…pungente. Iniziò subito dopo a togliere al prigioniero stivali e gambali.

«N..o..n…f..l..o» Questi tentò di parlare ma ormai non aveva neppure la forza di supplicare.

Vakun, ancora una volta, mostrò la più assoluta indifferenza mentre si accingeva ad abbassare le brache: quelle dell’uomo inerme tanto a voler precisare. Ma prima di proseguire il gioco, decise di avvicinarsi ai compagni taciturni per un ultimo avvertimento.

«Per esseri chiari, quando toccherà a voi non sarò così “affabile”.» Detto ciò voltò loro le spalle per tornare dall’uomo dalle brache calate.

Di fronte a quelle parole furono assaliti dal fatale dilemma che li poneva in bilico tra fedeltà e libertà, guardandosi tra di loro con loquaci sguardi di complicità. E fu allora che lui udì un deglutire, quasi come se qualcuno avesse appena ingoiato il proprio coraggio.

«Aspetta!» Urlò uno degli uomini legati, quasi supplicando.

Vakun si fermò, rimanendo in attesa.

«C-cosa vuoi sapere?!» Gli chiese con voce tremolante.

E Vakun udì nuovamente qualcosa, un sussulto; era il cuore dello stregone che galoppava su dune d’angoscia e paura. La fedeltà dei suoi uomini era venuta meno e lui non poteva far altro che restare lì a dimenarsi invano. Per la prima volta conobbe il significato dell’impotenza e del tradimento.

Nel frattempo il cieco cacciatore, senza muovere il resto del corpo, girò lievemente il capo verso di loro pronunciando una sola singola parola…

«Goblin.»

Serie: La Voce Innocente del Male
  • Episodio 1: Brancolare nel Buio
  • Episodio 2: Cacciare tra le Ombre
  • Episodio 3: Ricordi Tra Ferro, Fuoco e Sangue
  • Episodio 4: Un Odore Impossibile Da Dimenticare
  • Episodio 5: Verità Tra Le Ombre
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    Commenti

    1. Micol Fusca

      Allora ci sono, i goblin! Sono curiosa di sapere a quale razza appartiene Valun, in questo episodio mi era parso di comprendere che il suo risentimento per lo stregone fosse personale.