OgreWolf: Un Cerchio Che Non Si Chiude

Correvo senza tregua, i muscoli mi gridavano contro, i polmoni sembravano respirare cenere.

Cercai di seminarlo nella foresta nel vacuo tentativo di sfruttare la folta vegetazione, ma inciampai in una radice cadendo rovinosamente a terra. Avevo graffi e lividi dappertutto, specie sulle mani che mi bruciavano quasi avessi toccato del ferro rovente. 

Tentai invano di rialzarmi, le gambe vennero meno. 

Ma di tempo per riposare non ce n’era. Stava per raggiungermi, dovevo far qualcosa e alla svelta. Mi guardai attorno senza trovar nulla di utile. Non ebbi altra scelta che nascondermi dietro l’albero più vicino poco prima che arrivasse.

Volevo ansimare ma non potevo, mi avrebbe scoperto, ogni respiro era un ago nello stomaco. Mi coprì naso e bocca e…pregai: io che mai avevo creduto negli dei.

Giunse accompagnato da un forte stridio. Si trovava a pochi passi da me.

I pensieri divennero nodi tortuosi e intricati, aggrovigliati dalla paura. Ma se di nodi si trattava allora di nodi mi sarei occupato. Riflettendo sulla situazione da diversi angoli, diverse prospettive, cercando combinazioni diverse fino ad allentare i nodi e infine, tirare! Sciolta la matassa di fili tutto divenne più chiaro, più, semplice. Ora sapevo cosa fare, incominciando dall’estrarre il pugnale.

Erano giorni che lo inseguivo. Pensava di nascondersi nella foresta lo stolto.

Le impronte fresche suggerivano che era vicino, molto vicino, stava rallentando il passo. Le seguì, fin quando non si fermarono bruscamente fino a una spessa radice d’albero.

Poco più avanti trovai degli strani segni sul terreno mentre un flebile odore di sangue pervadeva l’aria.

Potevo quasi vederlo: caduto, ferito e preso dal panico.

Doveva aver le gambe a pezzi. Incapace di fuggire quindi cosa poteva fare se non nascondersi. Piccolo bastardello.

La flebile scia del suo odore mi condusse ad un albero. Quasi non ci credevo, doveva esser veramente disperato per usare un nascondiglio tanto scontato.

Strusciai gli artigli su di una quercia, volevo fargli sapere che ero lì. Perché? Vi chiederete. Perché la paura è un ottimo condimento. Ma fui cauto nell’avvicinarmi. Anche la più innocua bestia diventa pericolosa se messa alle strette. Già…”bestia”. Ah.

L’odore delicato di quella tenera, succosa giovane carne inebriava i sensi, mi attraeva più di ogni altra cosa. Più mi avvicinavo, più lo stomaco brontolava straziato da una fame arcana e violenta, istigando la parte più crudele e sadica di me. Nient’altro sarebbe stato in grado di saziarmi. Niente!

Ma, quando sbirciai dietro l’albero, non trovai nulla.

 – Man –

Con non pochi sforzi mi arrampicai con il pugnale fra i denti, appostandomi sul primo ramo che trovai abbastanza solido da reggere il mio peso.

Potei scorgere con piacere l’amaro stupore sul grottesco viso di quell’abominio. Mi concessi un breve istante per racimolare le poche energie rimaste. Presi il pugnale tra le mani e senza esitare mi lanciai con vibrante fervore su di lui, conficcandogli la nuda lama sulla pelosa schiena.

Le sue grida di dolori erano sul punto di spaccarmi i timpani.

Si dimenava senza tregua tentando al contempo di afferrarmi con quei neri artigli, lacerandomi diverse volte spalle e braccia.

Preso dalla disperazione, si scaraventò di schiena contro l’albero: esattamente quel che speravo. All’ultimo istante mollai la presa gettandomi a terra. L’impatto con il tronco fece affondare ancor di più la lama. Cadde in ginocchio dal dolore, solcando il terreno con gli artigli e serrando i denti con espressione afflitta.

Approfittai di quel breve momento di debolezza per nascondermi, rotolando dietro a dei cespugli. Presi un sasso sporcandolo col sangue delle ferite e lo lanciai il più lontano possibile, rimanendo in attesa nascosto nel folto verde.

Nell’udire il tonfò raddrizzò le lunghe orecchie, volgendo la sua attenzione verso il rumore dimenticando il dolore.

Iniziò a camminare a quattro zampe digrignando i denti. Sbavava a fiumi mentre del fumo nero accompagnato da flebili scintille usciva da quelle abissali fauci, quasi avesse una fornace nello stomaco.

Si fermò per un momento a strofinare il naso sul terreno, un momento che sembrò durare ore; tremai come foglia secca in quella attesa che mi parve interminabile.

La crudele mostruosità pelosa decise finalmente di muoversi, dirigendosi proprio dove avevo lanciato il sasso. Lo stratagemma sembrava aver funzionato. Colsi al volo l’occasione per rialzarmi sebbene a fatica, fu allora, che sentì un caldo respiro scendere lungo la schiena.

 – The Beast –

Il bastardello era riuscito a fregarmi, lo ammetto. Il pugnale penetrò così tanto nella carne che ogni movimento era una penitenza. Tentai di estrarlo ma l’impatto aveva spezzato il manico.

Il sangue colava come lava lungo la schiena mentre la fame cresceva al contrario della pazienza. Volevo strappargli le budella a morsi e sgranocchiare quelle fragili ossa.

Ma un rumore spezzò quel momento di afflizione e solo allora notai la scomparsa del bastardello. L’odore di sangue suggeriva di andare proprio dove avevo udito il rumore; ma proveniva da lontano, troppo perché potesse trattarsi veramente di lui. Sembrava aver dimenticato con chi aveva a che fare, glielo avrei ricordato, e a caro prezzo.

Gli lasciai credere di aver abboccato, allontanandomi quanto bastava da fargli abbassare la guardia. E, con passo felpato, ritornai dove l’avevo lasciato trovandolo ancora lì, del tutto scoperto.

Mi portai dietro di lui, silente e impaziente di strappargli la colonna vertebrale a mani nude. Avrei potuto ucciderlo con estrema e soddisfacente facilità. Mi posi a due zampe, davanti a quella gracile schiena pronto a tranciare in due il gracile corpo. Una semplice artigliata e tutto sarebbe finito. Ma…non ci riuscì, o forse…non volevo.

Quell’esitazione mi costò caro.

Notò la mia presenza approfittando di quel breve istante gettarmi addosso della strana polvere gialla: puzzava di uova marce. Voleva disorientare il mio olfatto o almeno, cosi credevo.

Lo colpì, scaraventandolo contro un albero. Quella flebile esitazione di prima si era ormai dissolta. Il tempo dei giochi stava per giungere alla tanto agognata conclusione. Ma accadde qualcosa di inaspettato, qualcosa che per la prima volta mi fece rabbrividire. Il suo…sogghignare.

 – Man –

Avevo dolori ovunque e la testa mi scoppiava. Provai a rialzarmi ma fu tutto inutile: ero a pezzi. Ridotto a un ramoscello in procinto di spezzarsi alla più flebile brezza.

E la bestia? Era lì, davanti a me, guardandomi con feroce e sinistro desiderio negli occhi, sul ciglio della fine.

Ringhiava fino a sanguinare dai denti, doveva essere veramente furioso anche se non era mai stato uno dall’indole pacata.

Vidi di nuovo il fumo uscirgli dalle fauci, ignaro di quanto gli sarebbe stato fatale. Sogghignai dinanzi a tal pensiero di ciò che stava per accadere. 

Appena la più piccola scintilla fece il suo ingresso…prese fuoco!

Gridava la bestia disperata, rotolando invano sul terreno. Quel suo dimenarsi estese le fiamme ovunque. Dovevo allontanarmi o ne sarei finito anch’io preda delle fiamme.

Mi rialzai, sorreggendomi su di un ramo che finì con lo spezzarsi, attirando la sua attenzione. Non cercò più di estinguere il fuoco, anzi sembrava non farci più caso. L’ira aveva preso il sopravento su tutto.

 – The Beast –

Entrambi sapevamo che era l’ultimo atto. Prese due daghe da dietro la cintura ma potevo scorgere il tremolio delle mani.

L’odore di carne bruciata, la mia carne, impregnava le narici.

E il mondo sembrò fermarsi, per qualche impercettibile istante, in un incrocio di sguardi mentre sentivo il suo respiro all’unisono con il mio, in simbiosi nell’ultimo fatale intreccio.

Quando quel breve momento trovò fine, lanciai un ruggito dirompente, ma, l’uomo che avevo davanti non si lasciò intimidire gridando a sua volta. Fui avvolto da un inspiegabile senso d’orgoglio un tempo assai familiare.

Avvolto dalle fiamme mi fiondai su di lui. Finì tutto in un lampo di fuoco, ritrovandomi in una oscurità senza fine. Non sentivo più nulla, ne dolore, ne rabbia, la fame perfino mi aveva abbandonato. Per qualche strana ragione sentì il bisogno di pronunciare quel nome accompagnato da un sentimento che credevo perduto.

 – Man –

Non mi era chiaro se fossi morto o meno, fin quando non percepì un tenue calore che aumentava sempre più fino a scottarmi. Ero all’inferno: pensai.

Poi udì qualcosa, un flebile sussurro.

«Fe…Feal.»

Il mio nome, pronunciato da una voce quasi dimenticata. E allora capì. Non ero all’inferno ma  sotto la bestia con le daghe conficcate nel suo petto. Stranamente riuscì a spostarne l’enorme mole con incredibile facilità.

Ero pieno di bruciature ma inspiegabilmente non sentivo alcun dolore.

Sobbalzai dalla paura nel vedere il volto della bestia tinto di rabbia. Un viso che solo dopo capì esser pietrificato dalla morte.

Inaspettatamente fui assalito da un amaro sentimento.

Ma non avevo tempo di contemplare quel momento. La foresta stava diventando un oceano rosso.

Mi rialzai e senza alcuna fatica. Non ebbi tempo per indugiare sul perché di quel rinvigorimento. Pensai solo ad allontanarmi, ma prima, scorsi un ultima volta il suo viso mentre veniva divorato dalle fiamme.

Sussurrando l’estremo saluto.

«Addio…padre.»

Non era rimasto nulla, se non cenere e morte. L’angoscia mi dilaniava a ogni passo, chiedendomi chi avrei trovato tra quei grigi alberi. Trovai la risposta in una nera sagoma umana.

Ero arrivato troppo tardi.

Il viso era irriconoscibile, eppure, le lacrime non smettevano di scivolar via. In cuor mio già sapevo.

Tirai via una lama, col manico spezzato, dalla schiena carbonizzata. E quando vidi l’incisione sul dorso dell’arma ogni dubbio vacillò.

La strinsi fino a sanguinare.

Rammentando il giovane sorriso a cui avevo regalato quel pugnale mentre la terra veniva dissetata del mio odio tinto di rosso.

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Commenti

  1. Micol Fusca

    Ciao Daniele, sono le 5.23 del mattino. Ho “bevuto” il tuo racconto come un caffè è ora sono pronta ad affrontare la giornata. Anch’io ho gradito la doppia prospettiva e, a dire il vero, sono ancora incuriosita. Ci sarà un seguito?

    1. Daniele Parolisi Post author

      Sono contento ti abbia fatto da ricarica XD
      In merito alla tua domanda la risposta e NI.
      Sono ancora indeciso se dedicarvi una serie propria o di usarla come sottotrama di un’altra su cui sto lavorando

  2. Dario Pezzotti

    Ciao Daniele, mi è piaciuto l’alternarsi di punti di vista che immergono il lettore nella psiche dei due personaggi. Per quanto riguarda il racconto in sé, le storie classiche non stancano mai (anche se il finale è già intuibile dopo poche righe). L’ho letto volentieri.?

    1. Daniele Parolisi Post author

      Mi fa davvero piacere tu abbia gradito il gioco dei due narratori interni. Grazie mille! 🙂

    1. Daniele Parolisi Post author

      Marta grazie come sempre per il tempo che dedichi ai miei racconti e per i complimenti 🙂