Il passato è negli occhi

Serie: Come fa la luna con le maree

Olga ha quarant’anni, una vita dedita ai figli e al marito, e un cuore carico di certezze per lo più dolorose. È diventata donna crescendo tra gli scherni e le menzogne, prestando servizio come cameriera nella casa di una nobile famiglia che non è mai stata la sua perché Olga è sempre stata la “figlia di nessuno”. Quello che non sa è che tutto ciò che crede di sapere non corrisponde alla realtà, che niente è come le è sempre sembrato, e che nessuno è chi dice di essere, nemmeno lei. Ci sono verità che, da anni, attendono soltanto di essere rivelate.
Sarà un indizio nascosto in un quadro ad aiutare quelle verità a salire a galla, ribaltando tutte le sue convinzioni.

Nella camera da letto si diffondevano i colori aranciati dell’alba, che superbi vincevano sul timido beige della carta da parati. La prima luce, penetrando dalle imposte semiaperte, lasciava intravedere nell’aria granelli di polvere che ondeggiavano come coriandoli leggerissimi, sospinti da una soffio senza origine.

Olga schiuse i suoi grandi occhi che portavano stampato il colore del caffè appena tostato, e si soffermò a guardarli svolazzare, quasi sorridendo, come se quell’incontro tra ombra e chiarore, fosse il saluto che un altro giorno, appena cominciato, le stava porgendo. Per un rapido momento si sentì bambina gustando, nonostante i suoi quarant’anni, il sapore di un’infanzia ormai lontana, di cui non le era stato mai concesso pieno possesso, e di cui spesso evitava il ricordo.

Sbadigliando si scostò dalle gambe la trapunta ricamata, e si levò dal letto. Indossò la sua vestaglia color porpora, la legò in vita con un nodo, e si accomodò sullo sgabello di legno di cui era munita la toeletta. Aprì il cassetto in cui usava riporre le spazzole; ne estrasse una dal manico in argento e, con le affabili crine, rianimò i suoi folti riccioli di rame. Quella routine quotidiana la faceva stare bene: spazzolando i capelli, li ripuliva da tutti i brutti sogni che erano rimasti impigliati durante la notte, e si immaginava, poi, nelle pregiate vesti di una duchessa pronta a incipriarsi le guance e a ingioiellarsi il collo prima di presentarsi agli ospiti giunti per una lauta cena.

Lo specchio, fedele copista di pregi e difetti, le stava di fronte come sempre, eppure quella mattina, le stava restituendo un’immagine discordante e sconosciuta, un riflesso estraneo, ancora tutto da esplorare. Prese a esaminarsi immediatamente ogni centimetro del viso: qualche piccola ruga era comparsa qua e là, ma lo aveva fatto così velocemente da non darle l’opportunità di rendersene conto, né quella di ritardarne l’evoluzione facendo uso dei popolari impacchi alla camomilla. Si sfiorò la fronte irruvidita trascinando i polpastrelli fino all’attaccatura della capigliatura: tre audaci capelli bianchi erano riusciti a farsi strada tra le ciocche inanellate. Il primo pensiero fu di strapparli via, ma poi ricordò ciò che le aveva detto la sua vicina di casa qualche anno addietro.

Erano sedute in soggiorno; stavano confezionando calzette di lana che avrebbero potuto rivendere con facilità alla gente del quartiere già allarmata dal freddo che di lì a poco avrebbe avvolto le case.

Il televisore, poggiato sul mobile abbellito da merletti come fosse stato un altare, trasmetteva “Canzonissima 1959”. Il presentatore aveva appena invitato Mina a salire sul palco affinché regalasse la sua voce a un’Italia intera. Era giovanissima Mina; allegra, sicura di sé, piena di vita, e stava dedicando al pubblico, oltre alla propria musica, l’incarnazione di una moderna ed emancipata femminilità: indossava un paio di pantaloni, e i suoi capelli erano cortissimi, cortissimi e lucenti.

-Quale sarà il segreto per avere dei capelli tanto belli? – aveva chiesto Olga a Nilde.

– La giovinezza, mia cara! – aveva ironizzato lei.

Poi continuò: – Per quel che mi riguarda, data la mia età, mi basta che non mi diventino tutti bianchi in un sol colpo. Sto resistendo alla tentazione di strappare quelli che lo sono già, perché non vorrei fare la fine di mia madre. Per ogni capello bianco che si è tirato via, se ne è ritrovati sette, povera donna!

Aveva concluso così e, subito dopo, contagiata dalla vitalità di Mina, aveva preso a canticchiare sulle sue note: “Nessuno, ti giuro, nessuno, nemmeno il destino ci può separare!”

Quella sera Olga aveva riso prendendola in giro, ma questa volta, nel dubbio, sarebbe stato meglio prestar fede alla curiosa testimonianza di Nilde.

Continuò a osservarsi per lunghi minuti; solo di rado si accordava quel lusso perché, al piano inferiore, suo marito, e i tre figli che con lui aveva avuto, attendevano che lei scendesse a preparargli la colazione. Essa era frutto di una ricetta eccezionale, impareggiabile che, tramandata da secoli di famiglia in famiglia, prevedeva la preparazione di un composto cremoso e goloso fatto di tuorlo d’uovo, zucchero, e qualche immancabile goccia di Marsala.

La voce dei bambini sopraggiungeva dalla cucina: -Mamma, è tardi. Perderemo la corriera e la maestra si infurierà!

Continuavano a chiamarla senza posa, ma Olga pareva non sentire più nulla.

Quella mattina il tempo aveva deciso di trattenerla, e finalmente, costringendola a chiedersi ciò che non si era mai chiesta, di interrogarla.

Come sono arrivata fin qui? Sono la stessa di prima, soltanto un po’ cresciuta, oppure sono una persona del tutto nuova? Cosa mi porto dentro? Io sono la somma di cosa, esattamente?

Perché il tempo avesse scelto, per avanzare i propri interrogativi, proprio quel giorno, non si può dirlo: certi pensieri arrivano veloci come dei pugni alla schiena; arrivano e basta. Ti bussano alle spalle quando già è troppo tardi per chiudergli il passaggio, ed entrano con invadenza, senza aver mai chiesto appuntamento.

Lo specchio seguitava nel suo lavoro di fedele riproduzione di tutto ciò che gli si poneva dinanzi: il volto impensierito di Olga, un comodino, un’abat-jour e, infine, un enorme quadro che, appeso alla parete, la dominava come un principe.

La tela, incastonata come un diamante in una cornice dorata, era diventata un cimelio di famiglia. Vi erano dipinti Olga, i suoi tre figli, e Tito, suo marito, che per amore di lei, quel quadro, lo aveva dipinto. Aveva fissato con pennelli, colori e sfumature una scena che sua moglie aveva sognato di vivere per tutta una vita, e che adesso, proprio per tutta la vita, avrebbe potuto rinnovare.

Olga allontanò gli occhi esaminatori dal riflesso del suo corpo, e li volse al quadro.

Nessuno, forse nemmeno Tito, poteva sapere quanto realmente per lei fosse prezioso, qual era il senso profondo che lei gli aveva attribuito, e quale fosse il significato che vi proiettava ogni volta che, incantata, rimaneva a fissarlo. La mattina ne stava illuminando i colori che, nonostante il passare del tempo, parevano farsi sempre più vividi, sempre più accesi. Lo sguardo di Olga riusciva a scorgere, tra le pennellate, sfumature sempre diverse, mai uguali, come se il pittore gli avesse donato un’anima attraverso le setole. Eppure, tra le tante venature e i mille giochi di colore che riusciva costantemente a cogliere, l’inspiegabile luccichio che le si mostrò in quel momento non lo aveva mai notato prima.

Inizialmente pensò che i raggi del sole, con la complicità della superficie specchiata, le avessero tirato uno scherzo illudendola di aver visto qualcosa che in realtà non c’era; ma quando si avvicinò al quadro per verificare, ciò che scoprì fu qualcosa che andava contro ogni sua previsione.

Nella pupilla dell’occhio destro che Tito le aveva dipinto, minuscola minuscola, ma non per questo priva di dettagli, si intravedeva l’immagine di una casetta bianca dalle finestre illuminate. Restò impietrita, sconcertata, sbigottita, sospesa tra sospetto e certezza. Come aveva potuto non accorgersi mai di quel particolare? Quella casetta microscopica, addirittura invisibile fino a qualche attimo prima, costituiva per Olga un doloroso ricordo tornato a galla dopo aver finto di essere finalmente annegato. Un simile ricordo sapeva essere più potente dell’oblio: diede inizio a una disastrosa discesa verso un fiume di memorie tenute sepolte per anni, trascinando la donna verso la cascata più impetuosa che poteva esistere: quella del proprio animo.

Serie: Come fa la luna con le maree
  • Episodio 1: Il passato è negli occhi
  • Episodio 2: Figlia di NN
  • Episodio 3: Scomode risposte
  • Episodio 4: La fanciulla dei soffioni
  • Episodio 5: Grandi confessioni, enormi promesse
  • Episodio 6: Come alberi
  • Episodio 7: I tre padri
  • Episodio 8: L’astro
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    Commenti

    1. Micol Fusca

      Ciao Martina, finalmente sono riuscita a mettere occhio sulla tua serie. Il racconto mi ha stregata portandomi in una dimensione senza tempo: inizialmente un acquerello dalle tinte pastello per poi assumere definizione sempre più precisa. Premetto che non mi sento molto vicina alla lettura “intimistica”, negli ultimi anni la rifuggo. Per meglio dire, in quello che scrivo la maschero. La vicenda mi incuriosisce, mi ha accolta in una zona confort che pensavo di aver dimenticato. Bellissima la premessa, una simil sinossi che rende partecipe il lettore a tutto tondo e gli fa pregustare quanto dovrà accadere grazie a piccoli grandi indizi. Olga Era lì. Ho deciso di centellinare per bene gli episodio, a domani il prossimo 🙂

    2. Gio Gio

      Stupendo capitolo alleggerito dalle dolci descrizioni, molto spesso arrivano domande di cui non ne conosciamo le risposte, mi ha preso trasportandomi nei suoi pensieri, continuerò a leggerlo.

    3. Midge Guerrera

      Questo capitolo era incredibile – come poesie. Ho visto la camera da letto. Ho capito Olga. Durante questo periodo, anche per me la verità nell specchio non può essere la mia verità! Grazie

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    6. Giuseppe Gallato

      Ciao Martina e complimenti per questo episodio di apertura. 🙂 In passato ho già avuto modo di leggere qualcosa di tuo, e come sempre la narrazione risulta molto fluida. Trovo significativi i richiami allo specchio, come questo passo: “Lo specchio, fedele copista di pregi e difetti, le stava di fronte come sempre, eppure quella mattina, le stava restituendo un’immagine discordante e sconosciuta, un riflesso estraneo, ancora tutto da esplorare.”
      Passo all’episodio successivo. 🙂

      1. Martina Del Negro Post author

        Ciao Giuseppe, grazie per i tuoi commenti accurati come sempre! Spero che il seguito non ti deluderà.

    7. Ely Gocce Di Rugiada

      Un primo episodio che mi ricorda le prima pagine del romanzo di Michael Cunningham Le Ore, tutta la potenza della Woolf, una malinconia latente che sta per esplodere….. aspettiamo a vedere dove andrà a colpire.Bellissimo episodio

    8. Giovanni Attanasio

      Ciao!
      Molto dolce, con dei passaggi davvero pregevoli. Mi piace molto la faccenda del quadro: sono un amante dei dettagli “romantici”, di cose che assumono valore solo per alcuni e paiono nullità per altri. Attendo il seguito. 🙂

      1. Martina Del Negro Post author

        Ti ringrazio tanto! L’essenziale è nei dettagli, è spesso non lo vediamo. Spero di riuscire a “stupirti” con le prossime puntate.